Parole sante

saralando05Immagine © Sara Lando

Sara Lando, l’ho ribadito più di una volta, non è solo una fotografa professionalmente molto preparata, ma è soprattutto un’abilissima comunicatrice (per sua arte, esperienza e penso anche per natura). Riesce a trasmettere messaggi complicati con una semplicità che sembra di trovarsi tra amici a discuterne davanti a un bicchiere di birra. Non lo sembrano, ma in realtà io suoi son quasi sempre articoli seri che toccano la professione del fotografo a 360° (ha scritto post su come organizzare il lavoro, su come redarre un business plan, svariati “ghetto tutorial” di foto e post produzione, etc…).

Dato che non sono abile quanto lei nell’arte dello scrivere, colgo l’occasione per pubblicare qui di seguito un post che ha messo online pochi giorni fa. Il soggetto è un progetto che prenderà il via e che trovo molto interessante ma non mi dilungo, se vuoi info le trovi sul suo blog. La chiave del discorso è diventata però un’altra. Un discorso che ti invito a scoprire e che per quel che mi riguarda potrei tranquillamente virare al maschile, perché mi trova pienamente d’accordo.

L’ARTICOLO PARTE DA QUI

[…] Io sono diventata una fotografa grazie a Internet. Non avrei mai fatto niente di quello che faccio nella vita vera se non ci fossero state un manipolo di persone sul mio livejournal del 2000 ad aiutarmi, darmi consigli, fornirmi spunti. 13 anni dopo è apparentemente tutto più semplice, sono migliorati i mezzi, aumentate le informazioni, eppure questa cosa ha un costo.
Basta fare un giro su flickr per capire quanta uniformità di visione ci sia: ogni foto ha cento cloni, anche quelle che raccontano teoricamente piccoli momenti privati, tanto che a volte e’ impossibile distinguere una persona dall’altra. Quando la tua vita personale è raccontata coralmente da mille persone diverse, la si puo’ ancora chiamare personale?

La fotografia viene indossata come se fosse una divisa, gli stessi topoi ripetuti, rimbalzati e condivisi all’infinito, come in un gioco di specchi dove non si riconosce più l’origine del riflesso.

Non ho niente contro il concetto di topos in sè, l’arte ne è piena, ma se finora è stato usato per aiutare a creare una sacca di comunicazione condivisa, da cui attingere per spiegare se stessi agli altri, mi spaventa rendermi conto di quante persone stiano piano piano cercando attivamente di diventare la metafora, eliminando i termini originari nel processo.
Per funzionare, questo sistema ha bisogno di mantenersi superficiale e non farsi troppe domande. Si comunica in termini di “like”, “stelline”, “fav” e ci si adatta a quello che viene percepito dagli altri, non si spiega mai niente, non si approfondisce: ho visto fotografi cominciare con lavori interessantissimi ma che non avevano grosso seguito e poi cominciare a modificare quello che facevano in funzione del feedback, fino a quando il loro lavoro è stato assimilato. Il mio problema con Instagram e’ che le foto sono tutte uguali. Riconosco al volo una foto scattata con Instagram, ma non so chi l’ha scattata, se non in rarissimi casi (intermezzo: How much does a hipster weigh? An Instagram)

Ad aggiungere complicazioni c’e’ anche una questione di ritmi: nel 2000 Internet lo dovevi “accendere”. Adesso, grazie anche agli smart phone, e’ costantemente presente, come un rumore bianco. E’ tutto veloce, tutto superficiale.
Dimmi 10 cose da fare per lanciare un business, mandami un dvd per diventare il re del mondo (pero’ uno corto, che se me lo metti su 4 dvd non ho tempo perche’ la bambina mi vomita il tonno e stamattina mi sono alzato alle sette meno un quarto -winkwink).

Ma se io prendo un numero limitato di persone, le infilo in un ambiente controllato, diversifico gli input ma non cerco di controllare le loro direzioni e chiedo “perche’” molte piu’ volte di quante chiedo “come”, e invece di fare una cosa veloce le costringo a lavorare a un progetto per un anno, cosa ne viene fuori?

Dopo una sola settimana ho gia’ la certezza che questo esperimento sara’ una cosa enorme, molto piu’ grossa di quello che pensavo. Stavo cominciando a spaventarmi, ma poi una delle persone che rispetto di piu’ su questo pianeta e a cui avevo parlato del progetto, mi ha mandato una mail

Aut viam inveniam aut faciam…. ah ah ah !!!!
E’ il tuo ritratto!!!! Stupendo!
Quando ero bambino avevo un libro sugli animali, “il meraviglioso mondo degli animali” o qualcosa del genere; erano articoli monografici su i diversi animali, a pensarci ora penso che potessero essere degli estratti presi da qualche rivista americana di divulgazione scientifica.
Alcuni articoli erano i miei preferiti, e li rileggevo sempre.
In particolare mi ricordo quello che si intitolava “l’animale piu’ feroce della terra“….
Parlava del toporagno.
Mi gasava leggere di come fosse impavido e fiero.
E mi ricordo la frase che diceva: “e se si trova davanti ad un avversario temibile, il toporagno non pensa mai: “e’ troppo grande”; nella sua testolina c’e posto per un solo pensiero: “ME LO MANGIO!”.[…]
Ecco, io nel 2013 voglio essere un toporagno.
*gnam*

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facebook_messaggisofisticati copy

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~ di messaggisofisticati su 11/01/2013.

2 Risposte to “Parole sante”

  1. Posso dirlo?
    A me, la società del “mi piace” e del pulsantino di condivisione o del copia e incolla del link YouTube senza lo sforzo di due parole che siano due ma che siano nostre, non mi piace.
    Il successo di un twitter così breve perché “non si ha tempo” è una cosa che dovrebbe far pensare quanto risicata e inutilmente velocizzata sia diventata la nostra vita.
    Il numero di flag o di stelline dovrebbe qualificare il nostro lavoro? Ma stiamo scherzando?

    • Come anche la stessa Sara Lando ha ribadito rispondendo ad un mio commento sul suo blog, posso dire che il web in quasi tutte le sue facce in continua evoluzione sia una scoperta bellissima e una risorsa da sfruttare. Non rinnego i “MI piace” e simili anzi, a volte sono convinto che servano anche quelli se vuoi raggiungere un determinato obbiettivo, ma è proprio questo il punto: avere un obiettivo e soprattutto non perderlo di vista o farsi fuorviare dai “MI PIACE”… Il problema sta proprio lì e sia chiaro che pure io sono combattuto… Però sento sempre più la necessità di rallentare, tornare sui miei passi e dedicare maggiore tempo a ciò che mi piace, al miglioramento e alla sperimentazione, fregandomene degli aggiornamenti e di tutto il resto… Chissà se ce la farò? AH AH

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